Evidence – a cura di Francesca Baboni

A cura di Francesca Baboni e Stefano Taddei

R.I.P
Un substrato culturale corposo e non solo underground, si colloca alla base del progetto del duo artistico Hackatao. Guardando le opere in mostra, si potrebbero trovare reminiscenze di quel Pop Surrealism che ha oramai raggiunto a livello internazionale cifre astronomiche, o rimandi a certa pop art con venatura street o ancora al Giappone dei cartoni animati anni ’80.
In realtà c’è di più, e scavando sotto la superficie di un lavoro divertente e piacevole da guardare si trova una complessa operazione svolta a quattro mani in maniera eccellente e con uno stile sorprendentemente originale, considerando una contigenza artistica contemporanea che di nuovo e di originale da dire ha poco o nulla. Ad una attenta visione si inizia a notare la precisione di un segno a grafite in bianco e nero raffinatissimo, privo di sbavature, che riporta a molto lontano, mentre si viene immersi nel flusso di un immaginario ricchissimo e denso che fuoriesce dalle composizioni aggrovigliate e ammassate una sopra all’altra ma mai confuse.
Figure di divinità pagane e simboli alchemici si fondono tra loro, concatenati in modo apparentemente casuale, raffigurati con dovizia di particolari come in un fregio greco, con un rigore grafico che raggiunge il virtuosismo e va a legarsi a doppio filo alla storia dell’arte antica.

Un percorso ininterrotto di paure, ossessioni, desideri invade il corpo dei personaggi come un magma inarrestabile, sotto forma di una visione dal ritmo quasi ipnotico. Viene in mente ad esempio la visionarietà del Giardino delle Delizie di Bosch o la maniacale precisione di certi fiamminghi seicenteschi nel raffigurare in modo così virtuoso i dettagli. Ma non solo.

Per questo motivo gli Hackatao non sono collocabili all’interno di nessuna corrente ma parlano con un linguaggio personale e nello stesso tempo universale. La loro opera è popular perchè subito riconoscibile, ma al contempo difficile perchè sottintende una ricerca intellettuale decisamente colta che non prescinde da tecniche elaborate e da un contenuto di livello alto. Il loro modus iconografico è semplice da capire, arriva velocemente a tutti, ma il sottotesto è molto più cerebrale di quanto si possa pensare.
La pittura è realizzata con una stesura a campiture piatte decisamente flat, sia per quanto riguarda le opere su tela che quelle di scultura, con l’aiuto di inchiostro, vernici e tecniche miste.
Il progetto estetico trova una sua perfetta rispondenza nel discorso progettuale che è radice dell’esposizione, in cui gli Hackatao ci portano all’interno dell’antro di un podmork ku killer che uccide col sorriso sulle labbra, accoppa con leggerezza chi lo infastidisce e porta inesorabilmente dalla sua parte l’ignaro spettatore, che diviene esso stesso attore di una scena che vorrebbe ma non ha il coraggio di compiere, abbandonando le vigenti ipocrisie per eliminare il “nulla” intellettivo di chi lo circonda. Gli Hackatao portano fuori (come indica il loro nome) le idiosincrasie quotidiane con precisione didascalica, mettono in scena la loro tragicommedia della banalità con una sorta di cerimoniale mortifero e catartico, costruendo un carosello di varia umanità, che assume metamorficamente le sembianze dei peccati veniali che commette per abitudine o forse per scelta, nella quale possiamo quasi con orrore identificarci o trovare pezzetti del nostro essere.
Le vittime dell’omicida che rappresentano con precisione clinica sono quasi delle icone rappresentative e bidimensionali, che si ergono nella loro sacralità profana come personaggi archetipici di un genere umano riconoscibile e tipicamente contemporaneo.
I loro ritratti rimangono cristallizzati dalla morte in una immaginifica quadreria, come delle preziose reliquie e non è un caso che dietro l’ironia si celino le più crude verità, come dietro alle storie che gli amabili resti raccontano, epitaffi della loro crudele fine. Come in un ipotetico girone dantesco del contemporaneo sfilano uno per uno davanti a noi l’uomo con la testa a forma di mela, figlio del nostro tempo, degno di essere punito per essere telefonodipendente (Steve J.), la donna che punta tutto sull’avvenenza e sulla mercificazione del corpo (Mary Boobs), la teenager vacua nel rincorrere i suoi miti (Lolita), chi si tappa le orecchie per non sentire e non ascoltare (Lalaaala), e chi parla troppo in modo autoreferenziale senza riuscire a interagire (Yammer), chi si deprime facilmente e chi è sempre allegro, il manipolatore – piovra coi suoi tentacoli (Lord Bugs), schizofrenici che si nascondono dietro a un sorriso per dirne alcuni. Una carrellata di fastidiose e primordiali abitudini, piccole ossessioni e manie apparentemente innocue in realtà micidiali e impossibili da sopportare.
E poi c’è l’omicida seriale, sacerdote del rito funebre collettivo, il podmork scultura con il ghigno beffardo della morte che ti sorride nel momento in cui simpaticamente ti annienta e in cui forse un po’ tutti ci riconosciamo, sentendoci in qualche modo complici. Un personaggio dall’ambiguità non troppo nascosta, che mostra due volti, come un paradossale Giano Bifronte, da una parte pagliaccio dall’altra volto ghignante. Un osservatore impassibile e inesorabile delle nostre meschinità, che colpisce con un criterio ben preciso. Poiché vi è un elemento, un sottile fil rouge, che unisce tutte le vittime per essere degne di ricevere la punizione, ed è la loro impossibilità o mancata volontà di comunicare. In un mondo velocissimo a misura di social network, dove la comunicazione a tutti i costi sembra diventata uno status symbol, la vera interazione con l’altro da noi rimane utopia.
Non c’è denuncia sociale nell’arte degli Hackatao bensì forse una morale laica blandamente rivelata che non ha nulla del religioso, e la loro riflessione porta proprio a questo, a suggerire anziché spiegare, aprendo le porte a differenti ed affascinanti chiavi di lettura.
Ed è proprio quel rapido scorrere delle immagini che si rincorrono sui corpi la rappresentazione del movimento istantaneo della contemporaneità che travolge, opprime e porta l’individuo allo straniamento e alla solitudine imposta, al non riconoscersi più e a soccombere alle futilità, diventando così facile preda per chi sogna segretamente – ma non troppo – la sua eliminazione.
Francesca Baboni

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